LA VENDETTA E’ UN PIATTO CHE SI SERVE FREDDO MA VALE IL TEMPO CHE SI IMPIEGA NELLA SUA PREPARAZIONE?

In sottofondo: NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – The firstborn is dead

 

“Verranno occasione, tempo e modo, so attendere. Me la paga.”

“Ma lascia perdere, rispetto al darle e al prenderle ci vuole un atteggiamento sportivo, l’etica commerciale ebraica insegna .”

“Etica commerciale ebraica suona come strategia bellica pacifista.”

“E’ solo diversa dalla nostra, noi abbiamo questo senso opprimente del peccato e del rimorso. Loro sta roba non sanno nemmeno cosa sia: oggi tu l’hai fatta a me, domani io la faccio a te. Sempre col sorriso sulle labbra, e non senza ammirazione per chi ti ha fregato. A Londra ho visto broker farsene di tutti i colori e poi bersi una pinta insieme. Ha qualcosa di giocoso.”

“Essere fregati non ha nulla di giocoso, se mi freghi mi vendico.”

“In pratica l’obiettivo della tua strategia è il danno altrui più del tuo beneficio. No grazie. Io sono del tipo: perdona chi ti fa del male ma non dimenticare i loro nomi.”

“Come sei zen. La vendetta non è un capriccio. Ha un valore etico, reputazionale e perfino sociale”.

“Sociologia del sabato sera, siamo a posto. La ascolto, Professore”.

Valore etico. Se lo prendi nel culo e non fai nulla per vendicarti come fai a guardarti allo specchio senza sputarti? Lo devi almeno ai tuoi figli.”

“Perché interiorizzi e personalizzi la sconfitta. La vita invece va vista come un campionato. Dopo c’è sempre un’altra partita. Tu invece sembra che aspetti solo la gara di ritorno contro quello che ti ha battuto slealmente all’andata. Campa cavallo.”

“Se ti piacciono le metafore calcistiche allora Eric Cantona diceva: non giocavo per vincere, giocavo contro la stessa idea di perdere. Sostituisci “perdere” con “essere fregati” ed è quello che ho detto io.”

“Vabbè.”

Valore reputazionale. Se ti fottono e gliela fai passare liscia, come diceva Carlito Brigante, chiunque da quel momento in poi si sentirà autorizzato a provare a fregarti perché hai la fama di un pigliainculo.”

“Ok, questo è vero. Ti faccio però notare che a supporto delle tue opinioni stai portando un calciatore e un gangster.”

Valore sociale. Metti al loro posto furbi e disonesti e l’atmosfera di una comunità migliora. Non c’è nulla di più disgregante per una comunità della percezione che i furbi siano impuniti”.

Savonarola e Robespierre. Sai che fine hanno fatto quei 2?”

“Sei un fesso. Se hai l’occasione di farti giustizia da te e non ne approfitti può darsi che tu non te la meriti, una giustizia. Per quanto mi riguarda, cerco anche di crearla, quell’occasione.”

“Vendicarsi è solo questo: chiudere la stalla quando i buoi sono usciti. Quando sono scappati sono scappati, è inutile prendersela con il ladro. Datti da fare per ricostituire la mandria e magari la prossima volta fai attenzione a chiudere bene il recinto. Dove le persone sono più di una ci sono le fregature. Se vuoi evitarle ritirati come un eremita e non frequentare nessuno, a cominciare dagli amici”.

“Parole arcane, gioia, spiegati meglio”.

“Dico che chi ti fotte normalmente è chi ti sta più vicino, come hai visto in questa circostanza. E non per cattiveria o gusto di tradimento ma per comodità logistica. Ed è così dai tempi di Gesù Cristo.”

“Questa non è tua.”

“Hai ragione, l’ho letta. Ma è vera. La maggior parte delle corna matrimoniali provengono da amici di famiglia. Seguendo il tuo ragionamento di vendetta tremenda vendetta cosa dovrebbe fare il/la cornuto/a? Ma soprattutto, se tutti/e i/le cornuti/e si vendicassero cosa diventerebbe il mondo? Un’unica globalizzata Hell’s Kitchen?”

“Dove hai letto la statistica?”

“Non c’è. Me la sono inventata sul momento. Mettiamola così: se ci fosse un’indagine del genere verrebbe fuori di certo che la maggior parte dei tradimenti ha degli amici di famiglia (o familiari, addirittura) come protagonisti.”

“Il solito mitomane. Ti inventi una statistica bufala a supporto della tua idea di realtà, tipico tuo. Magari sovrapponendo una tua vicenda personale a campione statistico?”

“Non sono mai stato sposato.”

“Hai capito benissimo.”

“Non che io sappia. Se è accaduto sono stati bravi, sia lui che lei.”

“Ci conosciamo da 40 anni ma non ti capirò mai.”

“E io non proverò mai a fregarti. Mi fai paura. Che fai stasera?”

“Andiamo a vedere The Nun.”

“Cos’è, un porno?”

“Si vabbe’… è un horror!”

“Perchè, un horror con le suore è più’ plausibile di un porno con le suore?”

“Tu che fai?”

“Leggo Polo Nord.”

“Che roba è?”

“David Hempleman Adams, un tipo che ha raggiunto il Polo Nord in solitaria. E’ il diario della sua spedizione del 1998 assieme al suo amico Rune Gjeldnes.”

“Ma che solitaria è se erano in 2?”

“Hai ragione, ho detto una cazzata.”

“Una?”

“Ci sentiamo.”

“Ciao.”

Clic.

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QUALITA’ DELLA VITA E QUANTITA’ DI SOLDI

IN SOTTOFONDO: PLASTIC BERTRAND – Ca plane pour moi

 

“La qualità si paga” (ANONIMO)

Mi è capitata sotto mano ieri una classifica dei paesi con la più alta qualità della vita. Sapete tutti di cosa parlo perché ciascuno di voi nel corso della propria esistenza ha visto come minimo 724 classifiche di questo tipo. Cambia l’elenco dei parametri, qualcuno viene tolto, qualche altro aggiunto, qualcuno viene sovrappesato, qualche altro sottopesato ma le prime posizioni non cambiano mai, appannaggio delle “grandi e civili democrazie del Nord Europa“.

La prima considerazione che mi viene in mente di fare è questa. Ai primi posti ci sono invariabilmente i paesi con il reddito pro-capite più alto e agli ultimi quelli con il reddito più basso. Che i parametri siano tradizionali o che ne vengano inseriti altri tipo la maggiore o minore presenza di sciacquoni robotizzati nelle case o i rimborsi statali per le spese sostenute dal cittadino per le prostitute, la sostanza è sempre quella: chi ha il grano vince chi non ne ha perde. Chi vi scrive non contesta, anzi, per me sfondano porte aperte ma mi chiedo se sia necessario pagare “ricercatori” e mettere in piedi questionari, interviste e griglie varie per ribadire una verità piuttosto ovvia.

In secondo luogo non mi è chiaro come mai i paesi in testa alla classifica siano quelli più gravati da autentiche piaghe sociali quali alcolismo, gravidanze di ragazze madri e suicidi. Alcuni dicono: è colpa del freddo e del buio. Per quanto mi riguarda io adoro il freddo e le giornate brevi ma non per questo quando arriva l’estate (che detesto) mi imbriaco o addirittura tento il suicidio.  Non solo, io sono stato in Danimarca d’estate e d’inverno e non mi è parso che con la bella stagione il consumo di alcol diminuisse, anzi. Ma prendiamo l’obiezione per buona: perché allora non inseriamo clima e e luce nei parametri?  Ho sentito rispondere: perché non c’è alcun merito per avere un bel clima o una buona alternanza di luce e tenebre in ogni stagione. Quindi a determinare la qualità della vita sono i meriti? Quasi che la qualità della vita fosse la bravura di una comunità nel riequilibrare attraverso la buona convivenza le sfighe che il destino le ha inflitto collocandola a latitudini infelici? Omettendo dai parametri come fosse una colpa la collocazione di cui altri paesi godono naturaliter?

Infine: per quanto vogliamo parametrare* la realtà la qualità della vita è quanto di più soggettivo ci sia e i criteri scelti (qualsiasi criterio) sono poco descrittivi dei milioni di esistenze soggettive. Se chiedi cos’è la qualità della vita ad una donna abituata ad essere suonata dal marito ti risponderà che qualità della vita è un uomo gentile; se lo chiedi a un minatore ti risponderà che è un po’ di aria pura, anzi un po’ d’aria; se lo chiedi ad un pollo allevato in batteria ti risponderà che qualità della vita è scorazzare libero in un’aia e così via.

Per quanto mi riguarda qualità della vita ultimamente è avere le mani libere. Poche cose orientano negativamente la mia giornata come avere le mani piene di cose come mi accade di solito: borsa da lavoro, giornali, cestelli di acqua Sant’Anna, soprabiti, chiavi, medicinali, telefonino eccetera. Ho così capito che la qualità della mia vita migliora sensibilmente se non ho nulla in mano e le posso muovere liberamente. Libero di infilarmele in tasca come quando facevo il bulletto in terza elementare.

*Chiedo scusa per il vocabolo orrendo


MUTANDE E OPINIONI VANNO CAMBIATE CON LA STESSA FREQUENZA??

In sottofondo : BABES IN TOYLAND – Fontanelle

 

Ho una specie di spia rossa interiore che si accende appena vedo o ascolto qualcosa di poco ortodosso rispetto alla mia visione del mondo. Questa spia evolve a breve in un brufolo che comincia a prudere più dell’orticaria. Uno di questi “qualcosa di poco ortodosso” è sicuramente ascoltare luoghi comuni.

Opinioni mainstream, tic linguistici, cliché verbali, chiamateli come volete ma quando sento persone adulte ripetere a pappagallo luoghi comuni privi di alcun fondamento o verifica empirica e legittimati solo dal grande numero di volte e bocche che li ripetono, be’ a quel punto mi sento come doveva sentirsi Bacone quando stigmatizzava gli idola fori. Cioè incazzato.

“D’altronde cambiare idea è indice d’intelligenza“.  Questa la stilettata, ieri sera,  proveniente da B., che tra l’altro stimo, a proposito di una vicenda che ha coinvolto il suo capo in azienda. Quante volte l’abbiamo sentita questa? Così o in altre versioni tipo: “Rivedere il proprio punto di vista è tipico delle persone mature”. “Perché?” Questo invece il bisillabo calato dal vostro Nisha sul gruppetto di 50enni, silenzioso perché  intento ad avventarsi sulle pizzette dell’aperitivo. “Perché cosa?” “Perché cambiare idea segnala intelligenza?” “Beh, perché…ehm, la capacità di adattarsi, la voglia di mettersi in discussione (secondo, terrificante, cliché linguistico) sono indice…direi di adattamento, ecco”. Se B. avesse semplicemente detto “Niente, dicevo così per dire, parole ad minchiam” avrei soprasseduto ma ieri ero in vena di sarcasmo e allora “Bene B., mettiamola in questo modo: se Einstein prima di morire avesse abiurato le sue scoperte e definito la teoria della relatività una gran vaccata; se Falcone un bel giorno si fosse svegliato pentendosi di avere esagerato con Pippo Calò e Luciano Liggio che tutto sommato erano brave persone;  se Michelangelo, finita la Cappella Sistina, avesse guardato il tutto e sancito, tutto questo fa cagare, forza, cancelliamo tutto; ecco, dopo questi cambi, anzi rivoluzioni, di opinione, considereresti Einstein, Falcone e Michelangelo migliori o comunque più intelligenti?

La realtà è che a 50 anni suonati (ma anche molto prima) il nostro percorso cognitivo ha portato a convinzioni che sono la stratificazione di una serie di input (insegnamenti, divieti, esperienze personali, propensioni individuali eccetera) che è praticamente impossibile cambiare, un po’ come le mani di vernice che vengono date quando si imbianca il muro. Cambiare idea quindi, significa solo 2 cose, che con l’intelligenza non hanno nulla a che vedere: o fingi per compiacere il prossimo (per convenienza, paura o altro) oppure l’opinione precedente valeva zero e, più che averla, la recitavi con la stessa convinzione di una simulazione di orgasmo. O entrambe le cose.

Quando sento uomini e donne adulti dire: “Quel tale mi ha convinto/a” (e non parliamo del nuovo taglio di capelli o del cambio di pizzicagnolo perché quello vecchio ci rifilava gli avocado marci) io penso: o è stato circuìto da un Berlusconi che deve ancora piazzare l’intera Milano2 nel qual caso è giustificato perché tutti siamo stati fregati da un grande venditore almeno una volta nella vita oppure sto parlando con un quaqquaraqquà. Ma lo ammetto, l’impronta della  ragazza del 99 è pesante.


ILLUMINAZIONE E REAZIONE FANNO RIMA

In sottofondo: CAPTAIN BEEFHEART – Shiny beast

 

La storia del reazionario illuminato funziona più o meno così. Mio cugino, dieci anni più di me e comunista convinto sperava che crescendo mi uniformassi alle sue idee ma vide presto che la visione del mondo del suo cugino preferito prendeva traiettorie opposte a quelle da lui auspicate e lontane dalla colonna sonora mainstream dell’epoca. Le mie grandi curiosità e voracità intellettuali  mi portavano a leggere di tutto anche se a interpretarlo in maniera ai suoi occhi non ortodossa e un giorno sbottò bonariamente: “Sei un reazionario illuminato”.

L’espressione mi piacque da subito. Adoro gli ossimori perché confondono l’interlocutore permettendoti di dire qualsiasi cosa e il suo contrario. Nel caso specifico, l’intento del cugino era mitigare un giudizio sprezzante (reazionario) con lo zuccherino dell’accostamento ai lumi e al suo secolo. Laddove agli occhi del sottoscritto il riequilibrio operava in modo assolutamente opposto cioè annacquava un complimento (reazionario, in opposizione al mantra prevalente del progresso, cioè imho “ciò che viene dopo“) col riferimento alla luce (che detesto, visto che amo le tenebre e fosse per me trascorrerei l’inverno alle Svalbard).

Lui vedeva il reazionario in questo: dove ho un’opinione (vale a dire un numero ristrettissimo di circostanze) vedo in modo netto ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Indipendentemente da qual è il numero delle forze in campo a sostenere l’uno o l’altro punto di vista. Per dire, che l’esproprio proletario allora di moda era un reato e quindi andava punito anche se “proletario”. E che un paese da cui è vietato uscire non è un paradiso ma un lager. O che le droghe potevano forse essere un metodo di espansione della coscienza ma di certo erano strumento di distruzione della salute a giudicare dallo spot di certi relitti umani che già all’epoca cominciavano a vedersi. Oppure: se uno ruba è un ladro e la faccenda dello stato di necessità mi fa ridere dal momento che molte persone in stato di necessità non rubano nemmeno uno spillo. Sembrano punti di vista scontati ma nel 1980 erano sufficienti a bollarti come fascista. Insomma, l’influenza ottocentesca della nonnetta.

Per fortuna mia e di chi mi sta vicino questa indisponibilità a uscire dalla visione per me ortodossa delle cose si accompagna a una completa tolleranza (in parte figlia del disinteresse) del punto di vista altrui. Ma non è mancanza di stima del prossimo: semplicemente non cerco in lei/lui conferme alle mie opinioni che sono appunto già abbastanza solide e anzi ho un certo fastidio per coloro che utilizzano le conversazioni per dividere e/o fare proseliti.

Uno degli effetti collaterali della tolleranza è sempre stata una tendenza a tenere il piede in più scarpe frequentando persone e ambienti spesso antitetici tra loro. Forse perché, a costo di passare per snob, passo intere serate ad ascoltare, attività infinitamente più interessante che non parlare, al punto che persone da me conosciute hanno solo vaghe idee di come la penso su molte cose. Oppure al punto di avere avuto contemporaneamente un amico segretario del Fronte della Gioventù e una fidanzata assidua frequentatrice del Macondo, rossa che più rossa non si può. Al di là del caso specifico, la trasversalità rispetto agli ambienti aiuta ad aumentare il numero di conoscenze femminili e non è escluso che all’epoca questa considerazione abbia inciso in modo determinante sulla mia dimensione ecumenica.

D’altronde per essere fedele alle proprie convinzioni non c’è bisogno di frequentare solo una platea che le condivide a meno di non volere assomigliare a quei tipi che comprano un giornale esclusivamente per leggere le conferme alle proprie opinioni e pregiudizi. Anzi, dove vedo troppe persone che intonano lo stesso coro tendo a scappare a gambe levate, quando anche cantino il mio disco preferito: è una vera e propria allergia a unanimismo, gruppi e uniformi e non ho mai capito se questa cosa è merito del reazionario o dell’illuminato. Chiederò a mio cugino, gli tocca illuminarmi.


DISNEY STORE

In sottofondo: DISNEYLAND AFTER DARK-Live 2016

 

Abbiamo smesso di leggere Walt Disney da anni (o addirittura da decenni) ma la sua influenza su di noi è ancora grande. “Chi è il buono? Chi è il cattivo?”, ci chiediamo quando siamo di fronte a una diatriba, a un’alternativa o a un semplice dubbio tra i punti di vista A e B. Specialmente se di A e B non sappiamo (né vogliamo capire) praticamente nulla, la modalità Walt Disney ci viene in soccorso e ci indica il Topolino e il Gambadilegno di turno.

Il fascino della semplicità: da una situazione di potenziale emarginazione in cui non sappiamo ciò di cui si parla, scegliamo il “buono”, ci schieriamo e troviamo il conforto dell’inclusione in un gruppo. Per di più facendo poca o nessuna fatica per cercare di capire. La realtà disneyana è adorabile. In effetti, più che esercitare un’influenza su di noi, è corretto dire che Walt Disney sfrutta al meglio la nostra predisposizione al manicheismo. Questo è il primo limite che incontriamo quando cerchiamo di crearci un punto di vista.

Il secondo limite è l’influenza fondamentale e definitiva dei primi messaggi che riceviamo. Uno può anche credere di essere razionale, lucido e distaccato ma la nostra rappresentazione della realtà è indirizzata da antichi pregiudizi privi di contradditorio alla cui formazione non abbiamo minimamente contribuito, vuoi per l’autorevolezza della fonte di provenienza vuoi per la nostra tenera età dell’epoca. E’ vero, non ripetiamo come pappagalli le cose apprese a 6-7 anni. Ma le conoscenze che accumuliamo dopo non possono contraddire i fondamenti base. Un po’ come nel codice, leggi se ne possono fare a migliaia ma non devono cozzare contro i prerequisiti della costituzione, pena appunto la dichiarazione d’incostituzionalità e la cacciata dal sistema.

I più coraggiosi sfidano in età adulta le sorgenti dell’autorità. Ma quando cerchiamo di verificare e mettere alla prova i nostri pregiudizi (ammesso che mai lo facciamo) è più per scovare le prove a loro sostegno (“Vedi? Aveva ragione la nonna“) ignorando o minimizzando le prove a sfavore e questo dà un’idea di quanti originalità e libero arbitrio ci siano nelle verità che di volta in volta troviamo. E che vogliamo inculcare nei nostri interlocutori.

La nonna non è citata a sproposito. Nel mio piccolo, una certa rigidità nell’interpretare le cose che vedo e ascolto dipendono sicuramente dal fatto che sono cresciuto con una donna nata nell’Ottocento. Una piccola forzatura: la nonnetta, che per motivi che è inutile raccontare ha pesato per circa il 90% della mia educazione, era nata nel 1899, in ottobre per la precisione, quindi in realtà il Diciannovesimo Secolo si stava mestamente spegnendo.

Ma tant’è, formalmente era l’Ottocento, ed essere stato cresciuto da una donna nata quando esistevano ancora l’Impero Austroungarico e quello Ottomano mentre in Russia c’erano ancora gli zar ha avuto di sicuro il suo peso in certi punti di vista un po’ retrivi che fanno parte di me. E del blog. La diffidenza verso i tuttologi di “Sciamanesimo” ad esempio mi fu inculcata da lei (“Diffida di padreterni e tromboni, se fossero esperti di qualcosa non starebbero lì a chiacchierare” diceva pressapoco). “Reazionario illuminato” mi definiva mio cugino che era comunista (e continua ad esserlo, uno dei 3 o 4 rimasti in Italia).

Tornerò sull’argomento del reazionario illuminato più avanti. Primo perché il post è già lungo così. Secondo perché parlare di sé è faticoso. Non a caso fino ad oggi ho quasi sempre evitato i contesti in cui si è obbligati a farlo: confessionali, lettini di psicanalisti, commissariati di polizia sono luoghi di cui istintivamente diffido. E’ anche vero che però qui sono a casa mia per cui posso cominciare a sciogliermi. Con comodo.


MINIERE E FILONI SONO ESAURITI MA LA VESCICA DEL CANE E’ SEMPRE IN FUNZIONE

In sottofondo: BYRDS – Fifth dimension

 

Da quando sono nato ho un difetto: mi sembra di avere detto o scritto tutto su un argomento e concludo soddisfatto il discorso. Poi rimugino, rimastico le mie stesse parole o guardo le cose semplicemente da un altro punto di vista fino a che quella che sembrava la parola “fine” diventa un “segue”. Insomma, io che detesto debiti e scadenze, sugli argomenti mi esprimo a rate, diciamo così.

Sono costretto così a tornare al silenzio, già affrontato in 2 interventi precedenti. Ero giunto alla conclusione che il silenzio fa paura ma mi riferivo alla difficoltà o addirittura incapacità di stare in silenzio con estranei in spazi chiusi. Pensiamo al treno o addirittura all’ascensore.

Ruminando l’argomento ho pensato ancora: abitudini moleste come recitare rosari al telefono in luoghi pubblici oppure attaccare bottone con estranei senza avere nulla da dire né da ascoltare dipendono anche dal fatto che le persone appena sono sole non sanno proprio che fare. Rimanere in silenzio ci dà disagio non solo in presenza di un dirimpettaio di sedile cioè un perfetto sconosciuto ma anche quando siamo soli. Soli con i pensieri, i ricordi, i progetti, tutta l’attività riflessiva intima che sembra diventata per noi quello che il crocefisso era  per Dracula. Qualcosa da fuggire terrorizzati, anche perché non ci rende visibili agli altri.

Per andare dove? Se l’intimità è il disagio non ci si può stupire che la socialità sia il rifugio. Non solo attraverso tutta l’artificiosa interazione fatta di like, amicizie e follows (argomento su cui si potrebbe scrivere un’enciclopedia che però esula dal contesto) ma anche e soprattutto con l’inquinamento acustico, perché altrimenti non posso definire il 90% delle finte conversazioni che si originano per la nostra incapacità di stare da soli.

In questi tempi rumorosi la produzione di rumore misura la nostra capacità di lasciare tracce un po’ come il cane piscia nei vari angoli per marcare il territorio. E assolve alla stessa identica funzione.

PS Fare rumore = Impressionare, Impattare, Suscitare scalpore etc

 


SE IL SILENZIO E’ D’ORO MINIERE E FILONI DEVONO ESSERE ORMAI SECCHI

In sottofondo: RICHARD ASHCROFT – Alone with everybody

 

Piccola integrazione a un precedente intervento  che constatava l’abolizione del silenzio. Intanto rivolgo le mie scuse ai dispositivi sonori là indicati come capri espiatori del frastuono che ci accerchia 24/7. In molti casi non hanno colpe, né dirette né indirette. D’altronde nemmeno la pistola in quanto oggetto inanimato è in grado di nuocere se nessuno preme il grilletto.

L’altro giorno sul treno di ritorno da La Spezia per ben 3 volte ho tolto le cuffie insonorizzanti e per altrettante volte sono stato costretto precipitosamente a rimetterle per il fracasso di una comitiva di turisti tedeschi e dei loro bambini intenti con gioia a demolire il treno (ma non c’era la leggenda che i bambini maleducati sono sempre quelli italiani?) oltre che di un gruppetto di semianalfabeti autoctoni con un vocabolario di non più di 100 parole, cazzo e merda le più utilizzate. Nessuna traccia di telefonini o musiche varie. Solo un maniacale, compulsivo, torrenziale bisogno di emettere aria dalla bocca.

L’idea che mi sono fatto è questa: il silenzio fa paura. Il 90% delle conversazioni che si è costretti ad ascoltare (visto che non sempre puoi avere le cuffie) sono inutili. E non perché le persone siano stupide, sebbene questa concausa non vada sottovalutata. Sono inutili perché non servono né a comunicare né a informare né tanto meno a dialogare ma soltanto ad interrompere il silenzio e a coprirlo. Il grandissimo Gregor Von Rezzori in un suo romanzo sosteneva che rimanere in silenzio con qualcuno è una delle più alte forme di intimità personale, sullo stesso livello della confidenza più privata.

Secondo logica, in treno il silenzio dovrebbe essere rotto eventualmente una volta ogni tanto solo per chiedere informazioni del tipo “Che ore sono?” oppure  “Siamo già arrivati a Voghera?”  Ma la logica viene sopraffatta dal terrore del silenzio di cui sopra, e così la visione dal finestrino di paesaggi godibili o la lettura sul giornale di articoli interessanti vengono funestate da colonne sonore come “Fino a due anni fa nel pesto ci mettevo anche il pecorino ma adesso mi dà acidità e non lo metto più” e “Mia figlia quel dottorato lo aveva vinto ma le è passata davanti all’ultimo il nipote  della cognata del preside di facoltà, d’altronde siamo in Italia”. Il tutto a un volume insostenibile, voci che si accavallano una sull’altra, uno parla più forte per ammutolire l’altro che l’ha interrotto, il quale a sua volta urla ancora più forte per non farsi togliere la parola. Frasi cliché su negri e mezze stagioni, risate simulate per fingere divertimento alle vaccate appena ascoltate.

La teoria di GVR fila: se il silenzio è intimità, e l’intimità è riservata alle amicizie più strette, allora è normale con gli sconosciuti evitarlo e anzi berciare ad alta voce e senza sosta sugli argomenti più futili.  Aggiungo che sotto questo profilo il silenzio è un po’ come il sesso, che concediamo a una cerchia di persone ancora più intima. E se il sesso con sconosciuti è confinato al territorio delle nostre fantasie, il silenzio degli estranei è un desiderio che appartiene addirittura al mondo delle chimere. Perciò questo signore è uno dei maggior benefattori della storia dell’umanità.


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