DUE ANNI OGGI

In sottofondo: LEONARD COHEN – Tower of song

 

All’inizio ero diffidente. Mi davano fastidio di lui 3 cose.

Intanto era di moda e questo già mi faceva storcere il naso. Intendo dire che quando lo sentii nominare per la prima volta (fine anni 70) lui era molto di moda.

Poi io a quell’epoca ascoltavo punk e hard rock fracassone e questo tipo che bisbigliava baritonale la sua malinconia strimpellando la chitarra mi insospettiva. Sinceramente, pensavo fosse un altro James Taylor o Jackson Browne, quel tipo di insopportabile vanità intimista. Belini molli, diciamo a Zena.

Infine piaceva alle donne. Per l’esattezza tutte le mie coetanee dell’epoca (e anche quelle di oggi se è per questo) andavano matte per lui, un affronto per me insopportabile. E’ in effetti un mistero la popolarità musicale di Leonard Cohen presso il pubblico femminile, popolarità riaffermata dai numerosi successi mietuti nella vita privata.

Più avanti, forse 20 anni dopo, lessi un suo virgolettato. La frase era “Un pessimista è qualcuno che sta aspettando la pioggia. Io sono già bagnato fradicio”. Uno che dice una cosa del genere, ammettete, non può essere un tipo banalotto alla James Taylor. Mi incuriosii e scoprii la sua musica.

E’ legato musicalmente da un invisibile fil rouge ad altri grandi songwriter (che ha influenzato e da cui è stato a sua volta influenzato) che come lui hanno esplorato il lato oscuro dell’animo umano: Tom Waits, Nick Cave e Captain Beefheart i più eclatanti. Come loro zero ottimismo, zero sconti, zero lieti fini, zero pietismi. Da un punto di vista esistenziale ha vissuto non poche traversie: nato in Canada da genitori scampati alla shoah, travagliato da una depressione ultradecennale, ha trascorso anni  nella durissima disciplina del monachesimo zen. Avere letto tutti i suoi testi mi portò ad apprezzarlo artisticamente ma era qualcosa di più e non riesco ad esprimerlo meglio se non con l’espressione che in qualche modo ai miei occhi era autorevole: mi capitava a volte di immaginare cosa avrebbe pensato Leonard Cohen di una determinata cosa prima di completare un’opinione. Buffo.

E’ morto 2 anni fa esatti, pochi mesi dopo la sua musa Marianne Ihlen, capitolo fondamentale della sua vita. Musa e donna di sempre. Perché credo davvero che alcuni abbiano la donna (o l’uomo) di una vita, che non necessariamente coincide con il coniuge o colui/colei che ci accompagna fisicamente per la maggior parte dell’esistenza ma è un qualcuno che scolpisce parti di sé sulla nostra carne viva, magari in poco tempo. Per lui era lei, di certo. Sapeva che lei stava morendo consumata da una leucemia e 24 ore prima le scrisse:

E allora, Marianne, è arrivato questo tempo in cui siamo entrambi molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi. Penso che ti seguirò molto presto. Sai che ti sono così vicino che se allungassi la mano, potresti toccare la mia. E sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza. Ma non c’è bisogno che ti dica più nulla di tutto questo perché sai già tutto. Ma ora voglio solo augurarti di fare un ottimo viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito, ci vedremo lungo la strada.

 

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SE SIA MEGLIO ASSECONDARE LA PROPRIA INGESTIBILITA’ O CURARLA. UN MISTERO

In sottofondo: PATTI SMITH – Piss factory

 

“Se al governo c’è un coglione come Di Maio allora può andarci chiunque”, ho orecchiato ieri a Torino sul metrò. Ma sono mesi che ascolto concetti simili qua e là.

Se Di Maio sia un coglione non saprei dire, e non perché ho paura di ricevere querele. Io non l’ho votato ma devo dire che da venditore di bibbbite allo stadio 6 anni fa a ministro che è ora è una parabola che merita attenzione, un po’ come se io che ora scrivo scemenze su questo blog nel 2024 vincessi il Premio Strega. Vi toccherebbe pensare che così scarso non sono. E allora lui forse così coglione non è. D’altronde uno che fa il Ministro del Lavoro deve dare il buon esempio a chi il lavoro non ce l’ha e lui bisogna dire che si è industriato mica male.

Ma quando qualcuno indica la luna tutti si fermano a guardare il dito ed è quello che in effetti sto facendo io. Il punto infatti non è Di Maio.

La coglioneria è infatti un’accusa che a turno investe tutti coloro che stanno in alto ed è figlio di una certa cialtroneria cazzara di noi italiani. Siamo imbattibili nel demolire chi si trova nella stanza dei bottoni, nella migliore delle ipotesi è un incapace. Il passo successivo è che chiunque di noi farebbe meglio del titolare di quel posto. Io conosco una marea di persone che avrebbero costruito il Ponte Morandi meglio di Morandi, che amministrerebbero il paese meglio di Conte e che allenerebbero la nazionale meglio di Mancini. Voi no? Si vede che io sono più fortunato. Per quale motivo le suddette persone invece che occupare quelle poltrone, siano rimasti al bar o in rete a raccontare la loro saggezza, lo ignoro.

La sentenza di inadeguatezza per chi sta lassù prevede poi un secondo corollario: il popolo è migliore di chi lo rappresenta. Vediamo un po’. Voi mi eleggete e io, una volta lì, utilizzo il mandato per arraffare, organizzare festini, andare a travoni strafatto di coca, sistemare i miei familiari eccetera, dovrei pensare che voi che mi ci avete messo siete migliori di me? A me verrebbe addirittura da pensare, per tornare al concetto di prima, che i coglioni siete voi e non io. Secondo questa narrazione sembra che chi occupa le stanze del potere sia stato paracadutato da Marte e imposto con la forza ad un paese occupato.

La ragione della nostra ingestibiltà non è secondo me l’incapacità dei governanti. Mi viene sempre in mente che Catania dista da Torino quanto Malmoe. E che la stessa Catania è molto più vicina a Tripoli e a Tunisi che non a Bassano del Grappa. Quale persona sana di mente penserebbe di amministrare con successo un paese che avesse nei propri confini sia Misurata che Matera? O sia Copenhagen che Vercelli? Nessuno ma se cambiamo i nomi delle località è quello che i nostri governanti provano, con scarsissimo successo, a fare da quasi due secoli. Aggiungiamo pure che fino a poco fa (150 anni in storia è poco) eravamo estranei che quasi non parlavano la stessa lingua, cosa che non si può dire della Germania, anch’essa divenuta stato unitario negli stessi anni. Certo, anche tra Miami e Salt Lake City c’è poco in comune ma quelli sono sempre stati insieme mentre Palermo e Milano hanno millenni di storia più o meno gloriosa precedenti all’unità.

E poi come diceva qualcuno “governare l’Italia non solo è impossibile, è anche inutile”, cioè quelle che privatamente sono doti sono spesso socialmente dei difetti con il risultato che cercare di organizzarci troppo è una grande perdita di tempo per chi ci prova oltre a creare più danni che benefici a noi cittadini.

Siamo così, un paese caotico e ingestibile, eterno granellino di sabbia all’interno di qualsiasi progetto o ingranaggio (Europa inclusa), contrario a qualsiasi pianificazione e specialista di salvataggi all’ultimo secondo, magari su autogol altrui. Terroni, polentoni, pontifici, borbonici, savoia e serenissimi, siamo noi il vero melting pot, non quello di chi fa arrivare schiavi dalle sue ex colonie. Barbari, angioini, longobardi, elites straniere, un po’ tutti hanno provato a cambiarci finendo impantanati in una palude che assimila, assorbe e un po’ corrompe tutto. Ma io questo paese lo adoro, da Bolzano a Pantelleria. Unico.


SCROCCO E BENEFICENZA

In sottofondo: U2 – I still haven’t found what I’m looking for 

 

9.000-115.000-100.000.000.000 sono 3 numeri che riguardano l’Italia.

Il primo rappresenta il numero di testamenti all’interno dei quali la Santa Sede viene indicata come erede ogni anno (in media); il secondo il numero degli immobili di proprietà della Santa Sede; il terzo il valore di mercato approssimato di questo patrimonio immobiliare calcolato in euro (esatto, 100 miliardi).

In generale quando sento un capo di stato che accusa un altro stato di non essere accogliente nei confronti dei migranti mi insospettisco. Se poi quel capo di stato estero è lo stesso che incita alla sobrietà e che, diversamente da noi tutti, non paga l’Imu su ben 115.000 immobili di sua proprietà, la domanda che mi viene immediata è: perché non cominci tu, vecchio scroccone?

Non dico a vendere un po’ di quegli immobili ma anche solo a rinunciare per un anno all’esenzione dall’Imu e destinare il gettito al finanziamento di accoglienza e ospitalità: sarebbe un gesto di grande coerenza con la missione della “ditta”.

Rimarrei comunque scettico sul suo incitamento ad amare il mio prossimo come me stesso, a cominciare dal fatto che probabilmente abbiamo idee molto diverse su chi sia “il mio prossimo” e in base a cosa si stabilisce questa prossimità. Ho la sensazione che gli esemplari che rientrano in questa definizione siano per me molti meno di quelli che intende il grande capo. Però con un gesto del genere le prediche ai cattivi del ricco Occidente guadagnerebbero in credibilità.

Poi però rovescio la prospettiva e penso che se il centro della cristianità non stesse lì dove è il ruolo dell’Italia sarebbe inferiore. Andreotti rispondeva agli americani che l’Italia non ha bisogno di difese antimissile perché dispone del papa (alla faccia di Stalin che provocatoriamente chiedeva: quante divisioni ha il papa?). L’Italia sarebbe un ex grande paese come tanti se non vi dimorasse il papa. E lo stesso potenziale turistico di Roma senza l’indotto garantito dal Vaticano diminuirebbe di molto.

Infine in periodi come questi la funzione anestetica svolta dalla religione nei confronti dell’uomo medio è importante, nel senso che ogni credente in più nella vita ultraterrena è un incazzato di meno in quella terrena. Essendo molti i motivi di incazzatura nell’Italia 2018 tutto ciò che porta a distogliere l’attenzione da essi per rivolgerla alla speranza di un luminoso Aldilà ha una funzione politicamente utile.

Insomma si parte per criticare il papa e si finisce per elogiarlo (non lui in particolare, anzi, ma la funzione che svolge). Parafrasando Brancaleone, ogni cosa “è come il dado. Ha molte facce”.


I GIOVANI NON SONO PIU’ QUELLI DI UNA VOLTA. SI’, VA BENE , MA I VECCHI?

In sottofondo: RICHARD HELL AND THE VOIDOIDS – Blank generation

 

Osservavo ieri sera in un wine bar della riviera due bipedi di sesso maschile, aspiranti predatori di una donna sui 25. Il primo quasi 60 o comunque più vecchio di me, capelli tinti e camicione fuori dalle braghe a nascondere senza successo la panza, quelli che tengono i jeans a a vita bassissima non per motivi di moda ma perché se li portassero in vita non riuscirebbero ad abbottonare. L’altro circa 30, fisico un po’ meglio, come logico. Per il resto, nessuna differenza: stessa preda, stesso linguaggio standard, stesse battute già vecchie ai tempi di mio nonno, probabilmente stesso drink mal preparato, stesso aiutino almeno a giudicare dall’ipercinesi di mani e piedi.

Qualche mio coetaneo si è lamentato da qualche parte così: la mia generazione è la più sfigata di tutte, l’ultima a obbedire ai genitori e la prima a vedere i figli disobbedire. Premessa doverosa: la tendenza è quella ma le generalizzazioni spesso esagerano. Nel caso mio e di molti miei coetanei, si fingeva di obbedire per non destare sospetti e farsi i fattacci propri più comodamente. Ed è altrettanto vero che conosco in pieno 2018 figli obbedienti e rispettosi. O che almeno paiono tali.

Le diverse fasce di età fanno le stesse cose, hanno gli stessi divertimenti, condividono gli stessi valori, hanno gli stessi modelli fisici. Quando ero ragazzo non accadeva che uomini maturi e ragazzi si disputassero le attenzioni della barista, sbirciando nella sua scollatura con la medesima bavetta alla bocca . O che donne mature cercassero con successo di rientrare nella 38 che non mettevano neppure da ragazze, disposte per lo scopo a una fame da lager o a una tossicodipendenza da amfetamine. Tutti smanettano su internet sugli stessi forum e leggono gli stessi allegati. Se avessi ascoltato una coetanea dire “Mia mamma è la mia migliore amica” avrei chiamato il 113 per un ricovero; oggi non solo tutte dicono così ma donne e uomini in comitiva fanno a gara a chi riesce a dire la cosa più infantile e ggggiovane come facesse ridere.

Non so se tutto questo c’entri. Sociologi e psicologi spiegano che gli adulti non sono più modelli perché non c’è più l’esercizio dell’autorità, perché sono cambiate le dinamiche demografiche ed è cresciuta la vita media, perché non c’è più il repressivo eccetera. Probabilmente è vero ma è anche vero che se io 14enne avessi visto mio padre dimenarsi come Tony Manero (i miei 14 anni erano quelli) non avrei mai più frequentato quel posto. Un po’ per vergogna di essere riconosciuto un po’ perché lo avrei catalogato come posto da vecchi.

In generale mi pare si sia rovesciato il modello imitativo. Banalizzando, ieri erano i più giovani che imitavano e scimmiottavano i comportamenti dei “grandi” per sembrare adulti, un processo che iniziava cominciando a fumare prima possibile (io nel mio piccolo a  13), oggi sono gli anziani che cercano ad ogni costo di sembrare giovani con effetti talora credibili. A quel punto però è difficile proporsi come modello a qualcuno che si sta cercando di imitare o scimmiottare. E non ci si può tanto lamentare di non essere autorevoli o non venire obbediti.

Non traggo conclusioni di nessun genere. Non sto dicendo: ai miei tempi sì che … Soprattutto non ho nulla contro le meravigliose 50enni che rientrano nella 38 (tanto i sacrifici li fanno loro) mentre quelle della mia gioventù erano delle pre-nonne. Ma questa nostra omologazione in un’unica generazione vacua (mi perdoni  Richard Hell  , idolo di adolescenza) magari ha un suo peso in quella confusione di ruoli lamentata quando si parla di obbedienze e disobbedienze.


LE RIVALI DELLA BONCI

In sottofondo: STEELY DAN – My rival

 

Diceva l’altra sera la Bonci che se vuoi farti passare un’infatuazione non corrisposta per uno non c’è nulla di più utile che dare un’occhiata alla sua ex compagna. O a quella attuale.

La Bonci è molto navigata, in senso letterale, mare solcato nel tempo da parecchie imbarcazioni ed equipaggi (“Mica c’è il contagiri” è una sua frase ricorrente). Ed è arguta oltre che esperta. Le mie amiche le riconoscono competenza assoluta sul tema delle relazioni tra sessi e spesso si rivolgono a lei, come i lettori di Repubblica scrivono a Natalia Aspesi.

Nel mio piccolo, tempo fa avevo preso una cotta per una donna. Ero in realtà corrisposto per cui il caso è un po’ diverso ma comunque va bene lo stesso. Un giorno conosco il suo ex, un tipo coi muscoli bombati, i capelli paglia e fieno e un difficile rapporto col congiuntivo…insomma la tresca alla fine andò in vacca. Certo, erano poi emerse altre crepe ma il ricordo di questo incontro fu una tappa fondamentale nella roadmap verso l’addio. Un po’ come un direttore del personale che viene sedotto dalla brillantezza del candidato, poi però va a guardare il cv, vede tra le sue precedenti esperienze solo ciofeche e dice no grazie.

Ma la Bonci, di che dinamica parla? Può essere una cosa del genere “meglio così non faceva per me”? Se ti rifiutano il tavolo ad un ristorante poi scopri che in quel ristorante si mangia solo carne mentre tu sei vegetariano, be’ alla fine pensi che è ancora andata di culo.

Oppure una cosa più articolata del tipo pensa che razza di inferno avrebbe potuto essere la relazione con un tipo del genere. Tutti all’inizio facciamo gli splendidi e in vetrina mettiamo gli articoli migliori. Ma accanto alla merce migliore, ben nascosti, teniamo anche i fondi di magazzino. Una ex compagna ignorante e cafona magari fa sospettare che in quel negozio ci sono più i secondi che la prima.

Il vero detonatore è però lo smacco e l’incazzatura che prende tutti noi quando permettiamo ad altri di metterci in secondo piano, superati nelle gerarchie da qualcuno che non riteniamo alla nostra altezza. Per cui è grazie al terzo incomodo che tocchiamo con mano (e vediamo con gli occhi) il livello di competizione cui siamo scesi, ma il silenzioso vaffanculo in realtà lo riserviamo a noi stessi. Come se Ronaldo si offrisse al Chievo sentendosi rispondere: no guarda, Cristiano, a noi non servi, noi siamo a posto con Pellissier. Da qui il silenzioso o anche sonoro vaffanculo che ci porta a dire che meritiamo qualcosa meglio del Chievo.

La teoria della mia amica Bonci ha due falle. Innanzitutto non è assolutamente detto che la ex di lui non sia una specie di Angelina Jolie. Nel caso, o hai un ego smisurato e cominci comunque a trovarle (convincendotene) dei difetti. Oppure lo specchio ti rimanderà una verità brutale: non sei abbastanza figa per lui. Il che potrebbe comunque essere positivo, anche se per motivi del tutto opposti: ti metti l’anima in pace.

E poi vale per soggetti dotati di media autostima e solido aggancio con la realtà. Brutalmente, se lei è presa da uno che ha l’aria da pappone è inutile fargli notare che la sua ex sembra una baldracca. Anche perché a quel punto può essere davvero un pappone quello che lei cerca. O magari si è messa in testa di “cambiarlo”, ma qui il discorso diventa infinito ed entriamo in un tema riservato a psichiatri o esorcisti. Non essendo né l’uno né l’altro, il post finisce qui.


L’UOMO E’ UNA BESTIA (MA PURE LA DONNA)

In sottofondo: BOB DYLAN – Subterranean homesick blues

 

Primo. Non ci piace sentircelo dire ma ai nostri affetti assegniamo un ordine preciso. Brutalmente, ciascun affetto ha un diverso grado di priorità e quindi una posizione in questa classifica. Ci sembra sacrilego mescolare sentimenti e numeri (cardinali o ordinali che siano) e allora diciamo “Gli affetti non si misurano”. Ma è una tautologia ipocrita. Gli affetti li monetizziamo pure, se è per quello. E’ ciò che facciamo quando decidiamo quanto spendere per il regalo di Natale di A e quanto per quello di B, per esempio.

Secondo. Siamo disposti a tutto per salvaguardare l’incolumità di chi sta in cima a questa gerarchia, e in circostanze appropriate siamo disposti per difenderlo a commettere qualsiasi orrore, perfino contro altri soggetti da noi magari amati ma che hanno la sfortuna di trovarsi più in basso in classifica. Le famiglie sono piene di queste storie: il figlio preferito, il genitore amato, il fratello buono eccetera. “Chi vuoi buttare dalla torre, zia Pina o zia Simo?” Mi dicevano a turno le due ziette per gioco quando facevo le elementari. E io anche se non lo dicevo tra zia Pina, occhi e gambe storte, e zia Simo, occhi azzurri e due bocce da paura, mica avevo dubbi su chi avrei buttato giù. Ero piccolo ma alcune priorità cominciavo ad averle.

Per quanto scritto nei 2 periodi sopra “La scelta di Sophie”, rivisto dopo 30 anni qualche giorno fa è un film realistico. Tutti conoscono la scena clou in cui la madre chiede al gerarca nazista di mandare tranquillamente al macello la femmina pur di tenersi il maschio. Per chi ha voglia di vomitare la scena è questa.

Disturbante ma c’è poco da fare, nella nostra natura c’è anche un atteggiamento istintivo e bestiale che ci porta ad optare per il minore danno e per la prosecuzione della stirpe. In questo caso un figlio morto è meglio di due figli morti, e la madre conserva il senso pratico che le consente di evitare lo sterminio dell’intera discendenza anche se ciò comporta dire: tesoro, mi dispiace, se devo scegliere tra te e lui scelgo lui. Le famose circostanze appropriate di cui sopra. Personalmente credo che l’istinto mi porterebbe ad avventarmi verso il nazista in cerca di una sventagliata di mitra e dopo succeda quello che deve succedere tanto io non vedo più. Ma credo che nessuna donna reagirebbe così: d’altronde nella vicenda di Salomone la madre vera è perfino disposta a fare crescere suo figlio con un’altra donna pur di saperlo vivo e non tagliato a metà. Senso pratico, innanzitutto.

Ci lamentiamo ma siamo fortunati. In che consiste la fortuna? La fortuna è questa, anche se la diamo per scontata essendoci abituati. Quella di vivere in un’epoca in cui siamo risparmiati da scelte del genere perché, diversamente da quasi tutte le epoche precedenti, mancano le famigerate circostanze appropriate. Quelle circostanze che porterebbero chiunque di noi a focalizzarsi in quell’attimo sulla sorte di colui che vogliamo salvare ignorando o posponendo quella di chi condanniamo che poi domani è un altro giorno.

Solo un film? Certo, ma verosimile. Nel comportamento della madre. Quanto al tedesco, beh, per me nazisti o meno, soldati o meno, i crucchi sono sempre quella roba lì, non è che cambino mai molto. E costringere una madre a mandare a morte un figlio appartiene al repertorio di raffinatezza sadica per cui vanno meritatamente famosi. La vicenda? Insomma…nello sgombero del ghetto di Varsavia, da cui vennero portate via decine di migliaia di persone, è difficile pensare che situazioni del genere non si siano presentate. E non siano state sfruttate.

Stasera però Tomas Milian.


IL TEMPO FUGGE MA NOI CHE CERCHIAMO DI IMBRAGARLO CI MERITIAMO LE SUE PERNACCHIE

In sottofondo: JOE STRUMMER AND THE MESCALEROS – Tony Adams

 

Avevo scritto anni fa un pezzo sul tempo che fugge e non tornerà mai più eccetera. Poi l’ho messo nel cestino ignorando che WordPress dopo un mese cancella tutto. Così al momento di aggiornarlo l’ho cercato e non l’ho più trovato. Da qualche parte ho le stampe ma non ho voglia di cercare per cui provo a  riscriverlo.

Lo spunto era Joe Strummer, tanto per cambiare: “Ci sono riserve di petrolio per soli 10.000 giorni.”

“Che vuoi dire Joe, che abbiamo solo 10.000 giorni per trovare fonti di energia alternativa?”

“No, voglio dire che ci rimangono solo 10.000 giorni per fare rock and roll.”

10.000 giorni sembrano pochi ma sono ben 28 anni (quasi). Io non so se avrò tutto quel tempo davanti, supererei di qualche tempo gli 80, per capirci. Sempre per capirci, il povero Joe Strummer morì nel 2002, quindi ben prima che fossero trascorsi 10.000 giorni dall’intervista.

Se perdi i soldi ti metti sotto e ne fai degli altri, se perdi la salute puoi guarire e recuperarla, se perdi la donna te ne trovi un’altra magari più carina; ma quel tempo appena trascorso in fila alle poste o in un ingorgo di traffico, quello non tornerà mai più. Mai. Ne arriverà altro, ma non quello, e il fatto sancisce che sei più vecchio, anche se di pochi attimi.

Morale del vecchio post. Se il tempo è poco, occorre fare 2 cose. Primo: chiarire la gerarchia delle priorità per evitare di essere dispersivi. Secondo: evitare i predoni di tempo altrui, cioè quelli che per incapacità, per pigrizia, per opportunismo o per comodità scaricano sul prossimo i loro problemi delegandogli la risoluzione. Ci sono persone che per questo hanno un talento innato. Altre addirittura potrebbero tenere un master alla Sorbona sull’argomento. Su questa seconda parte, vale a dire la necessità assoluta di tenere lontani da noi queste zecche succhiatempo, poco da dire.

Sulla prima, essendo trascorsi alcuni anni (5?) da quando scrivevo quelle cose e avendo quindi ancora meno tempo a disposizione a rigor di logica dovrei avere ulteriormente radicalizzato il mio punto di vista.

Invece no, sono diventato molto scettico sul trasferimento in corso di concetti manageriali come “ottimizzazione dei tempi”, o “programmazione dell’agenda” dal contesto aziendale a quello privato. Il mio scetticismo riguarda lo stesso concetto di gestione e pianificazione del tempo. Il rapporto dell’uomo con il tempo è come quello con il denaro. Se ne hai tanto lo sprechi. Più ne hai più ne sciupi; il senso del denaro ce l’ha un povero (o almeno uno che lo è stato), il senso del tempo ce l’ha un anziano o un malato terminale di cancro. Noi invece il tempo lo scialacquiamo allegramente:  per quanto mi riguarda convivo bene con la mia deriva sprecona, ben più appagante di quella dimensione “agendale” che la mia professione riesce a impormi, anche se solo in parte.

In generale l’uomo lavora male quando ha tempo a disposizione. Dategli delle scadenze specie se impossibili se volete il meglio da lui. Se poi bruciate la nave alle sue spalle togliendogli alternative e vie di fuga il gioco è fatto. Il troppo tempo gli dà alla testa, come l’aria con troppo ossigeno. Per quanto mi riguarda, mai riuscito a studiare ad un esame prima che mancassero più di 20 giorni, magari pure 15. E’ innaturale costringere l’uomo a programmarsi, come obbligare un mancino a scrivere con la destra.

Per questo trovo ridicolo recriminare sul tempo buttato in passato. Se tornassimo indietro sprecheremmo esattamente come prima. Che poi bisognerebbe anche mettersi d’accordo su qual è il tempo sprecato, concetto che per molti di noi si contrappone a quello di tempo pianificato: ci sono giornate o interi periodi trascorsi in modi che mai avrei immaginato (e tanto meno pianificato, appunto) fino a pochi attimi prima che però rimangono tra i più felici della mia esistenza. Inoltre la criminalizzazione dell’ozio è una delle massime perversioni del nuovo millennio. Chi pensa di rimediare allo spreco con la calendarizzazione della vita in un’agenda prende una cantonata perché la programmazione, privandoci di imprevisto e inatteso, toglie gran parte del fascino al “programma”.

Mettiamoci poi la volubilità umana e il gioco è fatto. Non solo gli obiettivi di vita cambiano, non solo le opinioni si ribaltano, come dimostra questo post, ma perfino a breve distanza non siamo in grado di prevedere i desideri di un determinato giorno futuro. Per cui si crede di ottimizzare il tempo “schedulando” (giuro che l’ho sentito dire) venerdì 12 per la mostra di Oliviero Toscani; poi però la nostra natura, imperfetta ma debordante, si vendicherà sulla nostra agenda perché quella sera scopriremo di volere stare a casa a guardare la Sciarelli in mutande (noi, non la Sciarelli, per l’amor di dio) o rivedere quel film di Tomas Milian che tanto ha ispirato le nostre capacità dialettiche. Ma ormai abbiamo schedulato e la nostra paura di sembrare inaffidabili (a noi stessi in particolare) ci impedirà di tirare a Toscani e ad altri il meritato pacco, andremo quindi bestemmiando alla mostra cui eravamo magari interessati 15 giorni fa ma di cui ora non ci frega praticamente un cazzo. Abbiamo ottimizzato il tempo? Boh.

Tempus fugit, per definizione. Imprigionarlo in un’agenda non solo è impossibile, è inutile.

 


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